L'appuntamento con gli amici che hanno accettato la mia proposta, è alle 10,30' sulla Via Tiburtina. Arriviamo puntuali quasi tutti, il quasi si riferisce alle due amiche che partecipano. Proseguiamo con l'automobile dell'amico, la più grande e comoda tra quelle disponibili, in direzione dell'autostrada Roma-l'Aquila. Il viaggio lo facciamo con calma, c'è tempo e poi piove forte. Prima di uscire dall'autostrada, breve sosta in una stazione di servizio per consumare uno spuntino: paninazzo, birra ed un caffé. Le mie amiche infreddolite, avrebbero preferito un bel pasto caldo ma la promessa che avremmo "recuperato" in serata le ha convinte: paninazzo pure loro. Fa un freddo cane e continua a venir giù acqua, incessantemente!
Il parcheggio lo troviamo lontano da Piazza d'Armi, luogo del raduno, perché è impossibile avvicinarsi alla stessa con una vettura. Per fortuna, ha smesso di piovere ma il freddo è tanto. Ricordo "gite" invernali a l'Aquila, caratterizzate sempre da freddo intenso e qualche volta anche dalla neve. In particolare un capodanno durante il quale, un poco brillo, in Piazza Duomo trovai la sagoma, alta quanto me, di un "angioletto" di legno. La piazza era innevata ed immersa in un'atmosfera magica, presi la sagoma e me ne tornai in albergo! Gli amici provarono a dissuadermi ma non ci fu verso! Chissà cosa mi diceva la "capoccia"? Il mattino dopo, a colazione, fu imbarazzante spiegarne la provenienza! Comunque il gestore dell'albergo, un brav'uomo, si offrì di "riportarlo" dove doveva stare!
Lungo il percorso seguito per raggiungere Piazza d'Armi, mi rendo conto che "di gente" che viene "da fuori" ce ne sta proprio tanta. Avevo già notato un discreto numero di pulman percorrere l'autostrada, esponendo un cartello che riproduceva la locandina della manifestazione. Tuttavia, solamente in mezzo alla folla, scopro che di "lingue" parlate non c'è soltanto l'aquilano! L'impressione è che vi siano tante delegazioni e associazioni dietro la gente con cui camminiamo verso Piazza d'Armi e, poi, il "colpo d'occhio" offre la visione di tanti, tantissimi giovani.
Sotto una pioggia che ha ricominciato a venir giù, raggiungiamo a fatica Piazza d'Armi che la "testa" del corteo si è già mossa in direzione del centro storico de' l'Aquila. Seguendo la folla, ci troviamo anche noi a guardare ciò che la maggior parte degli italiani neanche immagina, abbindolata dalle promesse del Papi, di una classe politica inetta e da media che definire vergognosi è un complimento. Seguiamo il corteo di persone che deve raggiungere Piazza Duomo: di slogan "contro" ne vengono pronunciati tanti, ti tutti i tipi e in tutte le salse ma, tutti, hanno un unico obiettivo: una classe politica inetta.
Raggiunta l'Aquila centro, abbandoniamo il corteo principale in un paio di occasioni, seguendo piccoli gruppi che deviano nelle strade laterali, quelle che insistono nella così detta "zona rossa", malamente "sbarrata" e non presidiata. E' tutto un susseguirsi di impalcature, edifici pericolanti, inagibili, danneggiati, macerie. La nostra, la mia è curiosità: voglio vedere se ciò che racconta il Papi è realtà, è verità. Ma tra noi, ci sono anche aquilani e li sento raccontare del "tizio" che gestiva quel negozio distrutto o del "caio" che in quell'appartamento ha perso moglie e figlia.
E' durante queste "deviazioni" che assistiamo, anche, a scene strazianti: aquilani, spesso di una certa età, che piangono davanti alle loro abitazioni chiuse, danneggiate e pericolanti. Non sono un credente di quelli "canonici" ma se lo fossi, maledirei coloro che causano tutto questo, augurando agli stessi di marcire all'inferno, luogo metafisico che per i "credenti" è deputato, dopo la morte, a gente malvagia! Causare tutto questo, è una malvagità ed io li maledico comunque, augurandomi che prima o poi anche loro possano provare lo stesso sconforto e la stessa angoscia sopportata oggi da tanti aquilani.
La pioggia ed il freddo ci massacrano con costanza e metodo, eppure, vedere tanti giovani gridare slogan con forza e rabbia, improvvisare danze al suono di varie orchestrine, sventolare le tipiche bandiere nere e verdi è un sollievo e riscalda il cuore. Se i loro padri "se ne fottono", persi dietro una quotidianità alienante e alienata, ci sono ancora loro e, quindi, la speranza di poter cambiare "sistema" non è ancora un'illusione! Almeno loro, nonostante tutto, esprimono una forza ed un entusiasmo che i loro padri hanno perso già da parecchio tempo. Altra cosa che procura sollievo, è la completa assenza di simboli di partito. Solamente bandiere verdi e nere... alla faccia di chi afferma che questi "movimenti" sono strumentalizzati! In barba a chi pensa di averli sconfitti, denigrandoli, facendo ostruzionismo e frapponendo tra loro e l'opinione pubblica un muro di falsità, sono tornate anche le "carriole". Ci sono anche loro nel corteo e sono in tanti. Tanti, come gli striscioni o i cartelli di protesta che sono riuscito a leggere.
Siamo arrivati a Piazza Duomo, stracolma, che è quasi l'imbrunire. Quanti ricordi d'altri tempi, vissuti su quella piazza. Com'è diversa, oggi. Il freddo e la pioggia, unici elementi negativi di questa manifestazione, hanno messo a dura prova la nostra resistenza di cinquantenni. Decidiamo che i vari interventi dal palco, già iniziati, li possiamo anche "saltare"'. Per quel che abbiamo potuto, il nostro sostegno l'abbiamo dato. Torniamo al parcheggio che è parecchio lontano. C'è ancora tanta gente in giro, con cartelli e manifesti.
Le "impressioni" della giornata ce le scambiamo davanti una gran bella polenta con spuntature di maiale, bollente e fumante, ordinata in una calda e accogliente fraschetta di Ariccia! Discutiamo e ci scambiamo opinioni ma, alla fine, ciò che ci unisce è una sola domanda: gli aquilani, ce la faranno a tornare anche loro a quella calda e accogliente quotidianità che una volta era la loro vita? Ma, soprattutto, ce la faremo noi tutti a tornare ad una calda ed accogliente quotidianità?
No, non è inutile la critica, perché come impiegato statale non posso dimenticare ciò che i supporters dell'ordine e della disciplina hanno chiesto ad alcuni rappresentanti di questo governo, affidando le loro frustrazioni esistenziali a chi ha fatto dell'offesa ad una determinata categoria di lavoratori, la mia, una normale dialettica politica, esaltando le già becere definizioni usate dal popolino! Mi riferisco a sua altezza il ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, pomposa definizione del nulla, incaricato di mettere in riga noi nullafacenti! Salvo poi non notare affatto da che pulpito arrivava non solamente la predica ma pure l'esempio! Ho già avuto modo, in passato, di esprimere perplessità ed opinioni sul ministrello che, tuttavia, non finisce mai di meravigliare e nauseare!
E' il "Castello di manovra", così viene chiamato, l'edificio che 1.300 giovani come me affrontarono quotidianamente, per tre mesi, durante l'80° Corso per Allievi Vigili Volontari Ausiliari, scalandolo o gettandosi nel vuoto dallo stesso, usando scale di ogni tipo, corde, scivoli e teli, con l'unico obiettivo di diventare Vigili del Fuoco volontari ausiliari oppure... proseguire la "naia" nell'esercito! Un disonore per un "aspirante" Vigile del Fuoco, seppur ausiliario! Parecchi furono immediatamente fermati dalle vertigini che la passeggiata di 5 metri sulla "barra da equilibrio" provocava. Fissata all'interno del Castello di manovra, al terzo piano, era la prima prova da affrontare! Due piani sotto c'era la "rete" di protezione ma quando sei assalito dal panico, non vedi più nulla! Altri ancora, furono sconfitti dalla scala italiana, dall'autoscala oppure dalle corde, dai salti nei teli, dal senso di claustrofobia provocato dal tunnel del fumo, tutte prove "attitudinali" obbligatorie. Se non finivi all'ospedale, tornavi all'esercito!
Fui destinato allo spettacolo svolto con le funi e feci la "discesa con corde parallele", dal quarto piano del Castello. In tre, ognuno in piedi su un davanzale e muniti di una giacca con la parte ascellare rinforzata con tessuto di canapa, dovevamo afferrare due funi parallele agganciate al quinto piano, passarne ognuna sotto un'ascella e poi sopra al braccio, stringere gli stessi al corpo, piegandole e congiungendo le mani. Iniziava quello più in alto e poi gli altri due, più sotto. Ad un cenno dell'istruttore, 6 compagni che erano a terra, afferravano le due corde e si allontanavano dal Castello, tendendole e... tirandoci fuori dal davanzale. Rimanevamo fermi alcuni istanti, stringendo le braccia e rimanendo sospesi nel vuoto. Poi, contemporaneamente ad altri compagni calati dalle finestre con funi, che scendevano scale di corda o che si gettavano nel vuoto aggangiati a due funi divaricate, noi iniziavamo una lenta discesa verso terra, allentando un poco le braccia dal corpo, in modo da scivolare sulla fune!